Calcio femminile a Varese: mia figlia nella squadra locale
Quando mia figlia è tornata a casa con un volantino sgualcito della squadra di calcio femminile della zona, non avrei mai pensato che quel pezzo di carta avrebbe cambiato le nostre giornate. Era una di quelle sere tiepide di inizio settembre, con l'aria ancora ferma e il profumo dei tigli che entrava dalla finestra della cucina. Lei, dodici anni appena compiuti, lo ha appoggiato sul tavolo come fosse un trofeo, e ha detto soltanto: "Voglio provare."
Io e mio marito ci siamo guardati per un istante. Da generazioni, nella nostra famiglia come in molte del varesotto, il calcio era stato un affare da maschi: campetti parrocchiali, tribune piene di papà, magliette regalate ai fratelli maggiori. Le bambine giocavano a pallone nel cortile, certo, ma l'idea di iscriverle a una squadra vera, con allenamenti settimanali e trasferte, non ci aveva mai sfiorato. Eppure quel foglio c'era, e con esso una richiesta che non potevamo ignorare.
Abbiamo cominciato a informarci, a chiedere in giro tra le mamme della scuola, a sbirciare i siti delle società sportive del territorio. La sorpresa è stata scoprire quante realtà dedicate al calcio femminile esistessero anche in provincia di Varese, spesso sotto nomi semplici, lontani dai riflettori della Serie A. C'erano squadre a Luino, a Saronno, a Gallarate, e una proprio a due passi da casa nostra, allenata da un'ex giocatrice che aveva smesso i tacchetti da poco.
La prima volta che l'ho accompagnata al campo, ero più agitata di lei. Ricordo il rettangolo d'erba sintetica ancora bagnato dalla pioggia del mattino, le reti un po' storte, le mamme sedute sulle panchine con il thermos. Lei è scesa dall'auto con lo zaino pieno di scarpe nuove, si è guardata intorno e ha detto: "Sono già tutte qui." Da quel giorno la nostra settimana non è più stata la stessa.
La scelta della maglia e le prime amiche
Il primo acquisto vero è stata la maglia. Non una qualsiasi, ma quella con il numero e il cognome sopra, ordinata dopo le prove di inizio anno. Mia figlia l'ha scelta blu scuro, con una fascia rosa sul fianco che le sembrava "da vera calciatrice". L'ha appesa nell'armadio come fosse un vestito da festa, e per una settimana l'ha solo toccata, prima di indossarla davvero.
Le compagne sono arrivate presto. Alcune venivano dalla ginnastica, altre dal nuoto, una dalla danza. Insieme formavano un gruppo variopinto, accomunato da una cosa sola: il desiderio di stare in mezzo a un campo e tirare calci a un pallone senza sentirsi fuori posto. Conosco molte di loro solo di vista, le saluto quando le incrocio al supermercato, ma so che per mia figlia sono diventate un punto fermo.
In poco tempo le chat della squadra hanno iniziato a sostituire le chat della scuola. Si scambiavano consigli sugli scarpini, sui parastinchi, sulle borracce termiche. C'è stata la fase del video-tutorial su come annodare correttamente i lacci, durata circa tre settimane. C'è stata la foto di gruppo dopo la prima vittoria, con tutti i visi arrossati dal freddo. E c'è stato, soprattutto, quel senso di appartenenza che solo uno spogliatoio sa regalare.
La settimana tipo tra scuola e allenamenti
L'organizzazione delle giornate è diventata un piccolo esercizio di equilibrismo. Lunedì, mercoledì e venerdì pomeriggio si allenano in un campo a circa quindici minuti da casa, e l'orario delle sedici e trenta coincide con l'uscita dalla scuola media. Significa colazione veloce, merenda preparata la sera prima, e la corsa in macchina con lo zaino che ancora oggi dimentica sul gradino del portone.
Il martedì e il giovedì, invece, tocca al riscaldamento individuale: stretching, esercizi di coordinazione, un po' di corsa lungo il viale. Io la aspetto sul divano con la tisana già pronta, e quando torna suda e con le guance rosse, racconta tutto nei minimi dettagli. A volte le parole si accavallano, a volte si blocca cercando di spiegare un passaggio che non è riuscita. Ascolto, e capisco che quel campo è anche una scuola di vita.
Il sabato è il giorno della partita, e cambia tutto: niente scuola al pomeriggio, pranzo leggero, e via verso la trasferta o il campo di casa. Le altre mamme hanno creato un gruppo WhatsApp per organizzare i passaggi, e spesso si finisce a mangiare una pizza insieme dopo il fischio finale. È nata una piccola tribù silenziosa, fatta di tifo pacato e thermos di camomilla.
Le partite del sabato e i viaggi in macchina
Le partite sono il cuore pulsante della settimana. Quando si gioca in casa, basta poco: parcheggio, gradinata, qualche striscione scritto a mano dai genitori più intraprendenti. Quando si gioca fuori, invece, si trasformano in piccole gite fuori porta, e io ne approfitto per visitare angoli della nostra provincia che altrimenti non vedrei mai.
Una domenica di novembre, dopo una trasferta sulle sponde del Lago di Comabbio, mi sono imbattuta in un il lago di comabbio e il suo foliage itinerario fotografico d'autunno explained che mi ha fatto venire voglia di tornare in quella zona con la macchina fotografica. Le ragazze avevano pareggiato due a due, e mentre loro si cambiavano negli spogliatoi, noi genitori passeggiavamo lungo la riva ammirando i colori dell'autunno. Due passioni, il calcio e la fotografia, che si incrociano più spesso di quanto si pensi.
I risultati, va detto, non sono sempre dalla nostra parte. La squadra è giovane, composta per la maggior parte da ragazze al primo anno di attività, e capitano pomeriggi in cui il tabellino è impietoso. Ma in quei momenti ho imparato a riconoscere qualcosa di più prezioso della classifica: il modo in cui mia figlia torna a casa dopo una sconfitta, si siede al tavolo, mangia in silenzio, e poi chiede di rivedere i gol avversari sul telefono per capire dove ha sbagliato. Non c'è lamento, solo la voglia di migliorare.
L'allenatrice e il significato di avere un modello
L'allenatrice si chiama Federica, ha trentotto anni e un passato nei campionati dilettantistici della Lombardia. Porta i capelli raccolti in una coda alta, fischietto al collo, fischia raramente e spiega tanto. È lei il vero motivo per cui mia figlia si è iscritta, dopo averla vista durante una partita di esibizione durante una festa di paese.
Federica non urla, non umilia, non fa preferenze. Tratta le ragazze come persone prima che come calciatrici, e questo le ha conquistate tutte. Ho visto bambine timide diventare leader in mezzo al campo, ragazze insicure prendersi la responsabilità di un rigore. Il suo metodo è semplice: pochi esercizi, tanta ripetizione, e una fiducia incrollabile nelle capacità di ognuna.
Per mia figlia avere un modello femminile in panchina è stato fondamentale. A scuola, nello sport, spesso i riferimenti sono ancora maschili, e ritrovarsi davanti una donna che ha costruito la propria vita attorno al pallone ha aperto uno squarcio. Adesso sogna di diventare come lei, magari non per mestiere, ma per atteggiamento: testa alta, gambe forti, cuore tranquillo.
Crescere dentro e fuori dal campo
Il calcio, ho capito in questi mesi, è solo la superficie. Sotto ci sono lezioni che arrivano piano piano, senza che nessuno le dichiari. Mia figlia ha imparato ad alzarsi presto la domenica senza che io glielo chieda, a prepararsi lo zaino la sera prima, a gestire la delusione di un gol sbagliato senza farsi prendere dal nervosismo. Sono piccole conquiste, ma quando le metti in fila fanno la differenza.
Ha anche imparato a relazionarsi con figure diverse: l'arbitro, l'allenatrice avversaria, la compagna che litiga con lei per un cross non arrivato. Tutte situazioni che a dodici anni sembrano enormi, ma che la aiutano a capire come funziona il mondo. A tavola, durante la cena del lunedì, ci racconta gli episodi della partita con una lucidità che a volte mi commuove. Sa distinguere ciò che è stato un suo errore da ciò che è frutto della giornata storta.
E poi c'è il corpo. Le gambe si sono allungate, i polpacci si sono disegnati, le spalle si sono allargate. Ma soprattutto è cambiato il modo in cui si muove: salta in macchina con un'agilità nuova, corre per il corridoio senza più inciampare nei piedi. Il calcio le ha dato una confidenza fisica che a quell'età è un dono raro, e che le servirà per sempre, indipendentemente da quanti goal segnerà.
Il calcio femminile a Varese tra presente e futuro
Il panorama del calcio femminile nella nostra zona è cambiato molto negli ultimi anni, ma resta fragile. Le squadre vivono di volontariato, di campi presi in prestito qua e là, di allenatrici che dedicano il sabato gratis perché credono nel progetto. Mancano i fondi, manca la copertura mediatica, manca a volte anche il riconoscimento delle famiglie stesse, abituate a investire tempo e denaro solo sui figli maschi.
Eppure i segnali di crescita ci sono. Le iscritte aumentano di anno in anno, le amichevoli con altre province si moltiplicano, e cominciano ad arrivare i primi risultati a livello giovanile regionale. La federazione ha introdotto categorie dedicate, e qualche club importante ha aperto settori femminili veri e propri. È un cammino lento, ma la direzione è quella giusta.
A livello locale, noi genitori possiamo fare molto. Accompagnare le figlie alle partite anche quando piove, parlare bene dell'allenatrice a casa, non sminuire il loro impegno con frasi del tipo "è solo un gioco". Ogni piccolo gesto contribuisce a costruire una cultura sportiva più equa. Mia figlia, quando le chiedo cosa vorrebbe diventare da grande, non risponde più "la veterinaria". Risponde "un'allenatrice come Federica". E io non posso che esserne felice.
| Giornata in casa | Giornata in trasferta | |
|---|---|---|
| Partenza | Da casa un'ora prima | Due ore e mezza prima |
| Atmosfera | Gradinata gremita di genitori noti | Genitori e sostenitori locali, spesso curiosi |
| Pranzo | Leggero, a casa | Spesso al sacco o in un bar del posto |
| Ritrovo dopo la partita | Doccia veloce e pizza con la squadra | Bar o sosta in un parco lungo la strada |
| Costi | Quasi nulli | Carburante e autostrada, divisi tra le famiglie |
| Ricordi | La solita routine, i soliti volti | Paesaggi nuovi, amicizie che si allargano |
La nostra prossima partita è sabato alle quindici, in un paese che non abbiamo mai visitato. Porterò la macchina fotografica, perché in questi mesi ho capito che le immagini raccontano storie che le parole non riescono a cogliere. Scatterò qualche foto alla squadra prima del fischio d'inizio, ai genitori sulle tribune, a mia figlia che entra in campo con i capelli raccolti. Quando torneremo a casa, dopo la pizza con le altre famiglie, metterò le fotografie in una cartella del computer che ho chiamato, senza pensarci troppo, "La nostra stagione".