Una mamma e sette laghi

Il pane di casa con la biga per il sabato in famiglia

Il sabato nella nostra cucina ha un odore preciso, fatto di farina, acqua tiepida e quel sentore acidulo che viene dal lievito che lavora piano. Da qualche anno, dopo aver provato mille impasti diversi, ho trovato nella biga la mia formula preferita per fare il pane in casa senza stress e senza corse all'ultimo minuto. Non è una scoperta mia, è un pezzo di tradizione che le nonne delle nostre zone conoscevano bene e che ho riscoperto sbagliando, leggendo, e soprattutto imparando ad aspettare con calma.

La biga non è altro che un pre-impasto di farina, acqua e poco lievito che si prepara con largo anticipo e che matura in frigorifero per almeno dodici ore, a volte anche venti. È questo passaggio lento che regala al pane di casa quel sapore profondo, quella crosta croccante e quella mollica che resta umida e profumata anche il giorno dopo. Nella mia cucina di Varese, vicino ai laghi dove l'umidità cambia il modo in cui la pasta lievita, la biga è diventata una compagna fidata, soprattutto nei mesi freddi quando la casa profuma di legna e di cose buone.

C'è poi un aspetto che mi piace moltissimo di questo metodo: il sabato diventa un momento di famiglia vero, fatto di mani infarinate e di attesa condivisa. Mentre la biga lavora in frigorifero, la casa si riempie di piccoli gesti, dal bambino che vuole toccare l'impasto alla nonna che controlla la crosta nel forno. È una tradizione semplice, che non ha bisogno di attrezzature costose, solo di pazienza e di ingredienti onesti. Di questo e di altre storie di cucina vi parlo spesso nello spazio di Mamma Bionica, dove provo a raccontare la vita di famiglia intorno a un tavolo e a un tagliere.

La biga, un impasto che lavora nel silenzio

La prima volta che ho preparato la biga è stato per caso, seguendo una ricetta scritta su un foglietto ingiallito di mia suocera. Lei la chiamava "il lievito del sabato" e la preparava il venerdì sera prima di andare a dormire, in una ciotola di ceramica che teneva sempre nello stesso ripiano della credenza. All'inizio non capivo perché funzionasse, poi ho capito che il segreto sta tutto nel tempo: la biga è un impasto che fermenta piano, sviluppando aromi che il lievito diretto non riesce a regalare in poche ore.

Per prepararla serve veramente poco: cento grammi di farina manitoba, cento grammi di acqua a temperatura ambiente e due grammi di lievito di birra secco, oppure cinque grammi di quello fresco. Si mescola tutto con un cucchiaio di legno fino a ottenere un composto appiccicoso e morbido, si copre con pellicola e si ripone in frigorifero. Dopo dodici ore la biga sarà piena di bolle, con un profumo intenso di lievito e un sapore acidulo che è la firma di questo metodo.

Un consiglio che ho imparato a mie spese: non abbiate fretta di tirarla fuori. Se la lasciate anche ventiquattro ore, purché il frigorifero sia freddo e costante, la biga migliora ancora, regalando al pane finale una complessità di aromi davvero speciale. È un po' come certe amicizie, che hanno bisogno di tempo per diventare preziose. E se vedete che la superficie si scurisce troppo, basta abbassare di mezzo grado la temperatura del frigo o spostare la ciotola in un punto meno freddo della cucina.

Le farine della nostra zona e la scelta degli ingredienti

Quando si parla di pane fatto in casa, la farina fa la differenza. Nella zona di Varese ho la fortuna di trovare piccoli mulini che macinano grani locali, ma anche le farine industriali di buona qualità possono andare bene per cominciare. Io di solito uso una miscela: metà farina tipo 0 e metà farina tipo 2, quella integrale, che dà al pane un colore più scuro e un sapore più rustico. A volte aggiungo anche un po' di farina di farro, che qui sulle colline intorno ai laghi si coltiva ancora con metodi antichi e regala un profumo che ricorda la campagna di una volta.

L'acqua è l'altro ingrediente fondamentale, e spesso si sottovaluta. Quella del rubinetto di casa nostra, che arriva direttamente dal lago e dalle sorgenti della zona, è leggera e poco clorata, perfetta per l'impasto. Se invece la vostra acqua è molto dura, con tanto calcare, potrebbe servire usarne una minerale naturale a basso residuo fisso. La temperatura dell'acqua poi conta moltissimo: in inverno la scaldo a venticinque gradi, in estate la uso direttamente dal rubinetto perché è già tiepida e non rallenta la lievitazione.

Il sale, che molti aggiungono subito, io preferisco metterlo alla fine, quando l'impasto è già formato. Questo permette alla farina di assorbire meglio l'acqua e al glutine di svilupparsi in modo più uniforme. Per il pane del sabato uso sale marino integrale, che ha un sapore più rotondo e che si sposa benissimo con la crosta croccante. E se vi capita di passare da queste parti, in una delle trattorie storiche del centro, potrete assaggiare il pane di pura farina di mais che fanno ancora con il lievito madre, una meraviglia che profuma di storia e di fatica buona.

L'impasto del venerdì sera e la prima attesa

Il venerdì sera, dopo cena, è il momento perfetto per dedicarsi all'impasto. Prendo la biga dal frigorifero, la spezzo a pezzetti con le mani e la sciolgo in una ciotola grande con acqua tiepida. Aggiungo la farina un po' alla volta, mescolando con un cucchiaio di legno, e poi passo alle mani. È il momento più bello, quello in cui la cucina si trasforma in un laboratorio e le mani diventano l'unico strumento davvero indispensabile.

L'impasto deve essere lavorato a lungo, almeno dieci minuti, fino a quando diventa liscio, elastico e si stacca facilmente dalle mani. Non serve impastare con forza, basta piegarlo su se stesso e allungarlo, come si fa con la pasta per la pizza. Dopo la lavorazione lo metto in una ciotola unta, copro con pellicola e lascio lievitare a temperatura ambiente per tutta la notte. In inverno accanto al termosifone, in estate in un angolo fresco della casa, lontano dalla luce diretta.

Durante questa prima attesa, che dura circa otto ore, l'impasto triplica il suo volume e si riempie di bolle d'aria. È uno spettacolo che non smette mai di emozionarmi, anche dopo anni che lo faccio. A volte mi alzo la mattina presto solo per controllare come sta andando, per sentire sotto le dita la consistenza morbida e cedevole della pasta. È un modo per cominciare il sabato con calma, prima che la casa si riempia di voci e di corse. E proprio in queste notti d'attesa, quando la casa dorme e io sorveglio la pasta che cresce, mi piace leggere qualche pagina di un libro o curiosare in un blog di viaggi che racconta strade e storie lontane, quasi a cercare conferma che il tempo lento sia un valore ovunque, non solo nella nostra cucina.

La formatura del sabato e l'ultima lievitazione

Il sabato mattina, dopo la colazione, è il momento della formatura. Rovescio l'impasto su un piano leggermente infarinato e lo divido in due pezzi uguali, che saranno le nostre pagnette della settimana. Ogni pezzo lo appiattisco delicatamente con le mani, poi lo piego su se stesso tre o quattro volte, come per fare un fagottino, e lo giro con la chiusura verso il basso. Questo passaggio è importante per creare la tensione superficiale che darà alla crosta quella bella consistenza lucida e croccante.

Le pagnette così formate vanno messe su una teglia rivestita di carta forno, coperte con un canovaccio umido, e lasciate lievitare ancora per un paio d'ore. Non devono raddoppiare di volume come nella prima lievitazione, basta che crescano di un terzo, un po' di più. Intanto preriscaldo il forno a 250 gradi, con una teglia d'acqua sul fondo per creare il vapore che aiuterà la crosta a formarsi bene e a non seccarsi troppo presto.

Un trucco che ho imparato da un fornaio di Angera, sulle rive del lago Maggiore, è quello di spolverare le pagnette con un mix di farina e semola prima di infornarle. Questo dà alla superficie un aspetto rustico e una crosta ancora più croccante, oltre a un profumo che riempie tutta la casa. E mentre il pane cuoce, venti minuti a 250 gradi poi altri venti a 220 gradi, la cucina diventa il posto più bello del mondo, quello dove il profumo del pane appena sfornato si mescola con il caffè del sabato e con le chiacchiere della famiglia che si sveglia.

Il forno, la crosta e la tavola di famiglia

Quando il pane è finalmente cotto, lo sforno e lo metto a raffreddare su una griglia, resistendo alla tentazione di tagliarlo subito. So che è difficile, ma il riposo è fondamentale: la mollica ha bisogno di assestarsi, altrimenti il pane si sbriciola e perde quella consistenza soffice che lo rende speciale. Dopo almeno mezz'ora di attesa, finalmente lo taglio e lo servo, ancora tiepido, con un filo d'olio extravergine e un pizzico di sale grosso.

Nella nostra famiglia il pane del sabato è diventato un rito, quello che annuncia il pranzo della domenica e la settimana che verrà. Lo mangiamo con il formaggio, con i salumi, ma anche semplicemente così, a morsi, mentre i bambini giocano in giardino e il gatto ronfa accontentato. È un piccolo lusso che ci possiamo permettere, fatto di ingredienti poveri e di tempo regalato alla lentezza, e che ci riporta ogni volta al sapore delle cose fatte con cura.

Se anche voi volete provare a fare il pane in casa con la biga, partite senza paura di sbagliare. Il primo esperimento potrebbe non venire perfetto, ma già dal secondo capirete come regolarvi con le farine, con l'acqua e con i tempi di lievitazione. Se avete ricette di famiglia, suggerimenti o semplicemente voglia di raccontarmi la vostra esperienza, vi aspetto nella pagina delle collaborazioni: ogni idea, ogni proposta, ogni storia diventa un'occasione per crescere insieme. Per iniziare, il consiglio più pratico è questo: preparate la biga il giovedì sera con 100 grammi di farina e 100 di acqua, impastate il venerdì con 500 grammi di farina 0, 350 di acqua e 10 di sale, e infornate il sabato mattina. Con queste dosi otterrete due pagnette che profumeranno per tutta la settimana.