Leggere ad alta voce nella classe di mio figlio tra voce e ascolto
Quando la maestra di Tommaso mi ha chiesto, a metà ottobre, di partecipare al laboratorio di lettura ad alta voce che la scuola primaria di Gavirate organizza ogni anno con i genitori, ho risposto di sì quasi senza pensarci. Poi, uscita dal colloquio, mi è venuto un piccolo brivido allo stomaco: leggere davanti a ventitré bambini di sette anni, tutti con gli occhi puntati addosso, non è esattamente come leggere la favola della buonanotte sul divano di casa. Eppure ho accettato, perché sapevo che sarebbe stato un modo bellissimo per entrare nel mondo di mio figlio, quello che lui vive ogni mattina dalle otto alle sedici.
Avevo letto ad alta voce a Tommaso fin da quando era nella culla, e continuavo a farlo ogni sera, anche quando aveva iniziato a leggere da solo. È una tradizione di famiglia che porto avanti con affetto, tramandata da mia mamma, che leggeva a me e a mia sorella storie di Roald Dahl con una voce roca e buffa che ancora ricordo. Ma leggere a un bambino che conosci, nel calore della tua casa, è una cosa ben diversa dal leggere a una classe piena, dove ogni parola deve viaggiare nell'aria e arrivare a orecchie diverse.
Le scuole della provincia di Varese hanno una tradizione molto bella riguardo al coinvolgimento delle famiglie nella vita scolastica: non si tratta solo di riunioni e colloqui, ma di presenza reale, di voci che entrano nella propria scuola portando le proprie storie. Quando sono entrata nell'aula quella prima volta, con il libro stretto tra le mani, mi sono resa conto che stavo per regalare un pezzetto della mia infanzia a bambini che non avevo mai incontrato prima, e che loro, in cambio, mi avrebbero regalato qualcosa che non sapevo ancora nominare.
Ho attraversato il corridoio della scuola con il cuore che batteva un po' troppo forte, ho salutato la maestra, ho guardato i loro volti, e ho capito subito che sarebbe stato un viaggio diverso da qualsiasi altro. In quel momento ho pensato a tutti quei momenti di attesa che noi mamme viviamo, tra una cosa e l'altra, e a come certe volte cerchiamo distrazioni nei posti più impensati; ricordo che una collega mi aveva parlato di piattaforme di gioco regolamentato come passatempo serale, ma quel giorno ho capito che la cosa più bella che potessi fare era spegnere il telefono e accendere la voce.
Il primo giorno davanti alla classe
Il primo giorno mi tremava un po' la voce, lo ammetto. Ero arrivata a scuola con cinque minuti di anticipo, avevo parcheggiato la vecchia Panda nel parcheggio della scuola, e mi ero fermata un attimo davanti all'ingresso per respirare. Dentro, i bambini stavano già seduti in cerchio sui tappeti colorati, e la maestra mi ha presentato come la mamma di Tommaso, una delle mamme che avrebbe letto per loro durante l'anno.
Avevo scelto un libro illustrato di un autore italiano contemporaneo, una storia breve che parla di un bambino che cerca il proprio nome tra le parole del dizionario. Ho aperto il libro, ho guardato i bambini uno per uno negli occhi, e ho iniziato a leggere. La mia voce, all'inizio, era leggermente incerta, con qualche titubanza qua e là; poi, pagina dopo pagina, ho cominciato a sentire quel silenzio speciale che solo i bambini sanno creare quando sono davvero catturati da una storia.
Mi hanno colpito soprattutto gli sguardi: c'era chi seguiva le figure con il dito, chi aveva appoggiato il mento sulla mano, chi si era rannicchiato su un cuscino. Alla fine della lettura, quando ho chiuso il libro, è partito un applauso spontaneo, e due bambini mi hanno chiesto subito quando sarei tornata. È stato uno di quei momenti che ti entrano dentro e ci restano per anni, come certi profumi d'infanzia che non se ne vanno più.
Scegliere i libri che funzionano davvero
La seconda volta, la maestra mi ha dato carta bianca sulla scelta dei libri. Ho cominciato a girare per le librerie di piazza Monte Grappa a Varese, chiedendo consigli ai librai, sfogliando pagine, immaginando le reazioni dei bambini. Ho capito subito una cosa: per leggere ad alta voce ai bambini non bastano le storie belle, ci vogliono storie che si prestino a essere ascoltate, con frasi che suonano bene, con ritmi che aiutano la memoria, con personaggi che si possano interpretare cambiando tono di voce.
Ho alternato testi di narrativa italiana a classici della letteratura per l'infanzia tradotti, ho inserito qualche libro in versi, qualche albo illustrato con poche parole e immagini grandi. Ho scoperto che amavano particolarmente le storie con i finali a sorpresa, quelle in cui l'ultima pagina ribalta tutto quello che avevi capito prima. Ho imparato anche che certi libri funzionano meglio se letti con pause più lunghe, altri se letti con voce più bassa, quasi sussurrata.
Una cosa che non mi aspettavo è scoprire quanto i bambini amino le rime e i suoni. Quando leggevo versi con assonanze o consonanze, vedevo i loro occhi illuminarsi, e qualcuno cominciava a ripetere le parole a bocca chiusa, come per assaporarle. È una cosa che mi ha fatto riflettere su quanto il piacere della parola sia qualcosa di fisico, di corporeo, non solo intellettuale, e su come la lettura ad alta voce sia soprattutto un'esperienza del corpo, della voce, dell'orecchio.
Il silenzio che diventa attenzione condivisa
Una delle cose più belle che ho imparato è leggere il silenzio dei bambini. Non è il silenzio vuoto di quando sono annoiati, è un silenzio denso, pieno, dove le parole che pronuncio io vengono trasformate in immagini dentro le loro teste. Lo capisci dal fatto che nessuno si muove, nessuno bisbiglia al compagno, nessuno guarda fuori dalla finestra. Sono tutti lì, dentro la storia, con la mente che corre dietro alle parole.
Questo tipo di silenzio, così speciale, così raro nella vita di tutti i giorni, mi ha fatto capire quanto i piccoli abbiano bisogno di momenti di ascolto profondo. Vivono in un mondo pieno di stimoli, di rumori, di schermi, e la lettura ad alta voce diventa per loro un momento di pausa, un'isola di calma dove la mente può viaggiare senza essere disturbata. Ho visto bambini che a casa non stavano mai fermi, in classe durante la lettura diventare perfettamente immobili, con gli occhi solo nei miei occhi. La maestra mi ha spiegato che questo tipo di attenzione si allena, si coltiva, e che i bambini che ascoltano tanto tendono poi a leggere di più, a concentrarsi meglio, a sognare di più.
Ho cominciato a capire perché le scuole della nostra zona investono tanto in questi progetti: non è solo un modo per avvicinare i genitori alla scuola, è un modo per regalare ai bambini un'attenzione diversa, più lenta, più profonda, una attenzione che poi porteranno con loro anche fuori dall'aula.
Le domande che arrivano dopo la storia
La parte che mi ha sorpreso di più è quella dopo la lettura, quando i bambini cominciano a fare domande. E non sono domande qualsiasi: sono domande sul senso delle cose, sul perché i personaggi fanno certe scelte, su come sarebbe andata se la storia fosse finita diversamente. Sono domande che a volte mi lasciano senza parole, perché vanno al cuore delle cose in un modo che noi adulti abbiamo dimenticato.
Mi ha colpito in particolare una bambina, Sofia, che dopo una storia su un pesciolino che non riusciva a nuotare nel fiume come gli altri mi ha detto: "Ma allora è giusto essere diversi?". Non era una domanda sulla morale della storia, era una domanda sull'essere diversi, sull'accettazione, sull'identità. Le ho risposto come ho potuto, con parole semplici, e lei mi ha guardato seria, come se stesse decidendo se credermi o no. Sono momenti che ti ricordano quanto i bambini siano profondi, molto più di quanto noi pensiamo.
Questi scambi sono diventati la parte più preziosa della mia esperienza. Ho capito che leggere ad alta voce non è solo trasmettere una storia, è anche aprire uno spazio dove i bambini si sentono liberi di pensare ad alta voce, di condividere quello che la storia ha fatto emergere in loro. È uno spazio di pensiero condiviso, di comunità che si crea attorno a una storia, di legami che nascono tra persone che altrimenti non si sarebbero mai conosciute.
Un momento che diventa tradizione di famiglia
Verso la fine dell'anno, la scuola ha organizzato una festa della lettura dove ogni genitore che aveva partecipato al progetto ha letto un breve brano scelto. È stata una mattinata bellissima, piena di voci diverse, di storie che si intrecciavano. C'erano papà che leggevano in dialetto varesotto, mamme che leggevano in italiano, un nonno che leggeva in dialetto gallaratese. I bambini erano orgogliosi dei loro genitori, si vedeva dai loro occhi, e i genitori erano emozionati, come me.
Dopo la festa, la scuola ci ha regalato un ricordo: un piccolo libro con tutte le foto dei momenti di lettura dell'anno, con i nomi dei lettori e dei libri scelti. Tommaso ha voluto portarlo a casa e mostrarlo a tutti, anche al nonno che abita a Sesto Calende. È diventato uno dei nostri oggetti preziosi, da conservare.
Una cosa che ho notato è che dopo il progetto di lettura, Tommaso ha cominciato a leggere anche lui a voce alta a casa, ai cuginetti quando vengono a trovarci, alla nonna, persino al gatto. Ha preso l'abitudine di scegliere un libro e leggerlo con la voce giusta, con le pause, con i toni. È una cosa che mi riempie il cuore, perché vuol dire che l'esperienza è entrata in lui, è diventata qualcosa di suo, qualcosa che porterà con sé anche quando sarà grande.
Cosa porto a casa da questa esperienza
Quello che ho imparato in questa avventura è che leggere ad alta voce è una cosa seria, importante, che merita tempo e cura. Non basta aprire un libro e pronunciare le frasi: bisogna scegliere i testi, preparare la voce, entrare nella storia con tutto se stessi. È un atto di cura verso i bambini, ma anche di umiltà, perché ti metti al loro servizio, ti fai strumento della storia.
Ho capito anche che questa esperienza non è stata solo per i bambini, è stata anche per me. Mi ha fatto ritrovare il piacere della lettura ad alta voce, che avevo un po' perso nella frenesia della vita quotidiana. Mi ha fatto rallentare, mi ha fatto ascoltare, mi ha fatto riscoprire il valore della parola detta, del silenzio, dell'attenzione. Sono cose che mi porto a casa e che uso anche con Tommaso la sera, quando leggiamo insieme prima di dormire, anche quando cuciniamo insieme nelle mattine di sabato.
Da allora, ogni volta che cucino per la famiglia, la cucina è diventata un piccolo rito: dopo le letture a scuola, mi è venuta voglia di raccontare anche a tavola, di accompagnare i piatti con storie, con ricordi. Una delle ricette che amo fare in questo periodo profuma di casa e di tradizione, è il riso di Grumello con la salsiccia che trovate qui: il-risotto-alla-milanese-no-il-nostro-riso-di-grumello-con-la-salsiccia-tips, un piatto che racconta di famiglia, di lago, di stagione.
Quello che vorrei che restasse, di questa esperienza, è l'idea che leggere insieme, in una scuola, in una famiglia, in una comunità, è una delle cose più belle che possiamo regalare ai nostri bambini. È un modo per dire loro che le parole hanno valore, che le storie sono importanti, che vale la pena fermarsi ad ascoltare. È un modo per costruire, mattone dopo mattone, un mondo dove la voce umana ha ancora senso, dove il silenzio sa ancora parlare, dove ogni bambino può trovare il proprio nome tra le pagine di un libro.