Una mamma e sette laghi

La torta di mele della nonna, profumo di casa tra i laghi varesini

Quando ero piccola, nella casa della nonna a Gavirate, il profumo della torta di mele iniziava a sentirsi già dal cancelletto del giardino. Era un odore che prometteva qualcosa di buono, di lento, di vero. La nonna entrava in cucina con il grembiule a quadri e una borsa di tela piena di mele rugginose, piccole e un po' ammaccate, quelle che non si trovano più al supermercato. Quelle mele lì, raccolte dal vecchio albero dietro la legnaia, sono diventate negli anni il segreto più custodito della nostra famiglia.

La ricetta non è mai stata scritta in un ricettario rilegato, ma su un foglietto a quadretti tenuto dentro un barattolo di vetro con la carta paglia. Ogni volta che qualcuno in famiglia si sposa, nasce un bambino o torna a casa per le feste, la nonna tira fuori quel barattolo e, con la sua calligrafia rotonda, aggiunge una riga, un consiglio, una variante. È una torta che cresce con noi, che cambia un pizzico di zucchero in più, una scorza di limone in meno, ma che resta sempre, nel profondo, la stessa.

Questa è la storia di quella torta, della nonna e delle sue mele dimenticate, ma anche di come un dolce semplice possa diventare il filo invisibile che tiene insieme tre generazioni. Vi racconto la ricetta così come la custodisco io, con tutti i trucchi, gli errori da evitare e i momenti in cui, ancora oggi, la preparo per i miei figli nella nostra cucina di Varese.

Le mele della nonna: una varietà che profuma di Lombardia

Quelle mele rosse e gialle che la nonna raccoglieva in settembre si chiamano, credo, "renette" o qualcosa di simile, ma onestamente non ne sono mai stata sicura. So solo che maturavano tardi, cadevano a terra con un tonfo sordo e avevano una polpa compatta che, una volta cotta, diventava morbida ma non si sfaldava. La nonna le sceglieva una a una, eliminando quelle con il segno della vespa, e le teneva qualche giorno sul davanzale, avvolte nella carta di giornale, perché diceva che così "perdevano l'asprezza".

Quando le tagliava, la cucina si riempiva di quel suono fresco e croccante, e io restavo lì a guardarla con il naso all'insù, in attesa del primo assaggio di mela cruda. La nonna me ne faceva sempre mangiare una fettina, tagliata sottile come un petalo, e diceva: "Se è buona così, sarà buona anche nella torta". Era il suo metro di giudizio, il suo modo di insegnarmi che un buon dolce comincia dalla materia prima, dal frutto giusto, colto al momento giusto.

Oggi, nella nostra casa a Varese, le mele della nonna non ci sono più. L'albero di Gavirate è stato abbattuto anni fa per fare posto a una nuova recinzione, e con lui se n'è andato un pezzetto di infanzia. Per questo, quando preparo la torta, vado al mercato contadino di piazza Motta e cerco le mele più piccole, più brutte, meno perfette. Cerco quel profumo aspro, quella polpa soda che solo le varietà antiche sanno regalare. Sono certa che la nonna, da qualche parte, annuisce.

Gli ingredienti: pochi, ma scelti con cura

La bellezza di questa torta sta nella sua semplicità. Non servono farine speciali, né burro salato d'oltreoceano, né tecniche complicate. Servono le mele, qualche uovo del contadino, farina tipo 0, zucchero, un goccio di latte e, soprattutto, una noce di burro di malga che la nonna teneva in un piatto di ceramica sul ripiano più alto della credenza. "Quello lì non si tocca," diceva a mio fratello, "serve per le occasioni."

Gli ingredienti sono questi, scritti sul foglietto a quadretti: tre uova medie, duecento grammi di zucchero semolato, duecentocinquanta grammi di farina, una bustina di lievito per dolci, la scorza grattugiata di un limone non trattato, un bicchiere di latte intero, tre cucchiai di burro fuso e, naturalmente, cinque o sei mele di media grandezza, sbucciate e tagliate a fette sottili. La nonna aggiungeva sempre un pizzico di cannella e, nei giorni di festa, una manciata di uvetta sultanina ammollata nel rum.

Una cosa che pochi sanno è che la nonna, prima di infornare, spennellava la superficie della torta con un po' di latte e spolverava lo zucchero a velo solo a metà cottura, così si formava quella crosticina croccante che resta il pezzo più ambito di ogni porzione. I bambini litigavano sempre per l'angolo, perché lì lo zucchero si caramellava di più e la crosta era più spessa, quasi una piccola merenda a sé.

La preparazione: i gesti lenti della tradizione

La nonna non ha mai usato una planetaria, né lo sbattitore elettrico. Tutto si faceva a mano, con una frusta di metallo e una ciotola di coccio verde che teneva sempre pronta sul piano di lavoro. Prima montava le uova con lo zucchero, a lungo, finché il composto non diventava chiaro e spumoso, "come la schiuma del lago di Varese quando c'è vento", diceva. Poi aggiungeva la farina setacciata, un cucchiaio alla volta, alternandola con il latte, e infine il burro fuso tiepido, la scorza di limone e il lievito.

Le mele, nel frattempo, andavano tagliate a fettine sottili con un coltello a lama lunga, e la nonna le disponeva a raggiera sopra l'impasto con una pazienza infinita. Una vicina di casa, la signora Pina, una volta le chiese come facesse a farle così uguali, e lei rispose sorridendo: "Con gli anni, Pina, con gli anni". Era il suo modo di dire che certe cose si imparano solo guardando, ripetendo, sbagliando e ricominciando.

La torta cuoceva in forno statico a centottanta gradi per circa quarantacinque minuti, ma la nonna non guardava mai l'orologio: apriva il forno ogni tanto, osservava il colore, toccava la superficie con un dito, e decideva. "Se canticchia," diceva, "è pronta." Per me, bambina, era un mistero totale. Oggi, quando la mia torta inizia a profumare di burro e mela cotta, capisco cosa intendeva. È un suono sottile, una specie di sfrigolio dolce, che arriva dal forno quando la crosta si sta formando.

Il profumo che riempie la casa

C'è un momento, durante la cottura, in cui il profumo di questa torta esce dal forno e si infila in ogni stanza della casa. È un profumo che sa di legno, di bucato steso, di legna che arde nel camino della nonna, di mattine d'autunno passate a raccogliere castagne nei boschi sopra Laveno. Quando lo sento, anche adesso che vivo in un appartamento con i termosifoni, mi sembra di tornare bambina, di rivedere la nonna che toglie la teglia dal forno con i guanti di cotone a quadri e la appoggia sul tagliere di legno al centro della tavola.

Penso sempre a quanto sia strano il legame tra cibo e memoria. Un sapore, un odore, possono riportarti indietro di trent'anni in un istante, più di qualsiasi fotografia o racconto. E questa torta, per la nostra famiglia, è esattamente questo: una macchina del tempo profumata. Mio marito, che non è di qui, l'ha assaggiata la prima volta che ci siamo conosciuti, in una cena a casa dei miei, e da allora non ha più smesso di chiedermela. I miei figli la chiamano "la torta della nonna bis", anche se la nonna bis non l'hanno mai conosciuta, ma il nome è rimasto, come un piccolo omaggio.

Mi piace pensare che esistano, sparse per il mondo, tradizioni simili a questa, legate alla terra, ai prodotti locali, alla memoria contadina. Recentemente ho letto di un pastore che ha ripreso un antico percorso di transumanza tra le colline della Mancia, portando le sue pecore lungo sentieri dimenticati. Sono storie che mi commuovono, perché raccontano di persone che scelgono di non dimenticare, di tenere in vita gesti antichi che altrimenti si perderebbero. Anche la nostra torta di mele, a suo modo, è un piccolo atto di resistenza contro l'oblio.

Le varianti e i segreti tramandati

Col passare degli anni, la ricetta della nonna ha subito qualche piccola variazione. Io, ad esempio, uso lo zucchero di canna al posto di quello semolato, perché mi piace quel retrogusto leggermente amaro che dà alla crosta. A volte aggiungo una manciata di pinoli tostati nell'impasto, oppure sostituisco il latte con lo yogurt bianco, che rende la torta più umida e morbida. Mia zia, invece, la prepara con le mele renette e un po' di amaretti sbriciolati sopra, una versione che piace tantissimo agli adulti.

La nonna, dal canto suo, aveva una regola ferrea: non si mettevano mai le mele crude a macerare nello zucchero prima della cottura. "Si ammosciano," diceva, "devono restare vive nella torta." Aveva ragione, e infatti quando le affondo nell'impasto con la forchetta, sento ancora quel piccolo crack sotto le dita che mi dice che tutto sta andando per il verso giusto. Un altro trucco che ho imparato è quello di non aprire il forno nei primi venti minuti di cottura, altrimenti la torta si sgonfia e perde quella sua bella cupola dorata.

C'è poi un segreto che la nonna mi ha confidato solo l'ultima volta che l'ho vista, qualche mese prima che se ne andasse. "Quando la togli dal forno," mi ha detto tenendomi la mano, "passaci sopra un pennello intinto nel rum." Da allora, ogni volta che la preparo per un'occasione importante, lo faccio. È il suo ultimo regalo, la sua firma invisibile, il profumo che resta nell'aria per tutta la sera e che fa chiudere gli occhi e sorridere chi lo sente.

Quando la serviamo: le occasioni di famiglia

Questa torta a casa nostra non è un dolce qualsiasi. È un dolce delle grandi occasioni, anche se, col tempo, le occasioni si sono moltiplicate. La preparo per il compleanno del papà, per la prima domenica d'autunno, per la festa della Madonna della Battaglia a Sesto Calende, per il rientro a scuola dei bambini, per la domenica delle palme quando i nonni vengono a pranzo. Ogni volta, è un piccolo rito, un modo per dire "questa è casa nostra, questa è la nostra storia".

La servo sempre tiepida, con una spolverata di zucchero a velo e, d'inverno, con una tazza di tè nero fumante. In estate, invece, la accompagno con una pallina di gelato alla vaniglia, anche se la nonna storcerebbe il naso: "La torta di mele si mangia col tè," diceva, "non con le robe fredde". Però a me piace pensare che, da qualche parte, anche lei abbia imparato a cambiare idea ogni tanto.

I miei figli, ormai, sanno che la domenica mattina, se la mamma è in cucina con la frusta in mano, qualcosa di buono sta per accadere. A volte mi aiutano a tagliare le mele, a volte solo a setacciare la farina, e ogni volta che la torta esce dal forno, mi guardano con quegli occhi pieni di aspettativa che solo i bambini sanno avere. E io, in quel momento, vedo la nonna, vedo me stessa bambina, vedo la mamma giovane che non c'è più. Tre generazioni dentro una teglia di ceramica.

La prossima volta che la preparerò sarà sabato prossimo, per il compleanno di mia figlia che compie sette anni e ha chiesto espressamente "la torta della nonna bis" con la glassa colorata sopra. Le ho promesso che andremo insieme al mercato di piazza Motta a scegliere le mele, e che le insegnerò a sentire con le dita quelle giuste, quelle che cantano sotto la pressione del pollice. Se anche voi avete una ricetta di famiglia che vi portate dietro da generazioni, raccontatemela: scrivetemi, mandatemi le vostre storie e le vostre varianti attraverso la pagina delle collaborazioni, perché ogni torta di mele è un pezzetto di mondo che merita di essere custodito e assaggiato insieme.