Tifare la squadra femminile del paese: rito di famiglia ogni domenica
La sveglia suona presto la domenica mattina, ma in casa nostra non c'è malumore. C'è invece un'attesa quasi festosa, un ronzio di preparativi che parte dalla cucina e arriva fino all'ingresso, dove le scarpe da tifo sono già schierate in ordine accanto allo zainetto della più piccola. Noi abitiamo in provincia di Varese, e da qualche anno la nostra domenica ruota attorno a undici ragazze che corrono su un campo in erba sintetica a pochi chilometri da casa. Sono le calciatrici della squadra femminile del nostro paese, e tifare per loro è diventato il filo conduttore dei nostri fine settimana.
Non è solo una questione di sport. È un modo per abitare il territorio, per conoscere i vicini che incontri sui gradoni della tribuna, per dare alle bambine un'idea concreta di cosa voglia dire sostenere qualcuno in cui ci si riconosce. Quando spieghiamo alle nostre figlie perché ci svegliamo così presto, la risposta è semplice: perché il tifo è un modo di stare insieme, e stare insieme è la cosa che ci riesce meglio la domenica.
La prima volta che abbiamo varcato la soglia dello stadio
Tutto è cominciato quasi per caso, durante una festa di paese. Una delle mamme della scuola elementare ci aveva invitato a vedere un'amica che scendeva in campo, e noi siamo andati più per cortesia che per passione sportiva. La partita era di campionato dilettantistico, il rettangolo di gioco era piccolo, gli spalti erano tribune di legno che scricchiolavano sotto il peso delle tifoserie locali. Ma c'era qualcosa di diverso rispetto alle partite che si vedono in televisione: le giocatrici si conoscevano per nome, salutavano i nonni sugli spalti, e dopo il fischio finale restavano a chiacchierare con i bambini che chiedevano autografi su tovaglioli di carta.
Da quella domenica non abbiamo più smesso. La passione è cresciuta piano, senza la spinta di nessun campione famoso, ma con la forza delle piccole cose che si ripetono. Le bambine hanno iniziato a riconoscere le calciatrici dalla coda di cavallo, a memorizzare i nomi dei ruoli, a litigare per chi doveva tenere la sciarpa della squadra. Mio marito, che viene dal tifo per una grande formazione del nord, ha cominciato a dire che finalmente vedeva un calcio più pulito, meno nervoso, e che le ragazze in campo avevano una grinta che lui non si aspettava.
Io ho capito che questa formazione sarebbe diventata la nostra squadra quando, una domenica piovosa, siamo rimasti sugli spalti con l'ombrello e le bambine hanno continuato a cantare i cori anche quando il punteggio era sfavorevole. In quel momento ho pensato che il senso di appartenenza non si insegna, si vive. E che quei pomeriggi stavano diventando qualcosa di prezioso per tutti noi, anche per chi non capiva una sola regola del fuorigioco.
Il rito della domenica tra cucina, maglietta e curva
La nostra domenica è ormai un copione che ripetiamo con piccole variazioni. La mattina la dedichiamo ai preparativi: la nonna prepara le frittatine di riso, il nonno controlla la posizione delle bandiere sul balcone, le bambine scelgono la maglia della propria beniamina. Qualche volta ci aggiungiamo una torta salata, perché dopo la partita abbiamo sempre fame e voglia di stare ancora un po' insieme.
Alle tre del pomeriggio siamo già lì, anche quando fuori fa freddo. La nostra formazione gioca quasi sempre in casa nel pomeriggio, e questa è una delle fortune di cui godiamo. I posti non sono assegnati, così possiamo scegliere dove sederci in base all'umore: vicino ai genitori delle calciatrici quando vogliamo sapere i pettegolezzi della settimana, in alto sulle tribune quando le bimbe hanno voglia di cantare a squarciagola. Abbiamo anche il nostro piccolo gesto scaramantico: portare una borraccia verde che usiamo solo la domenica della partita.
Quando la partita finisce, la vera domenica inizia dopo. Torniamo a casa, ci cambiamo le scarpe, e ci ritroviamo in cucina per il pranzo ritardato. È il momento in cui le bambine raccontano il gol, il salvataggio sulla linea, la discussione con l'arbitro. Noi grandi ascoltiamo e ricostruiamo le giocate, e ogni tanto ci scappa una risata per gli errori visti dagli spalti. Su mammabionica.com/sport racconto spesso questi pomeriggi, perché credo che siano storie che meritano di essere condivise con altre famiglie della zona.
Le calciatrici come figure di riferimento
Le nostre figlie hanno imparato a memoria i nomi delle titolari, e ognuna di loro ha una calciatrice preferita. La più grande ammira il capitano, una donna che rientra in campo dopo un infortunio e non smette mai di parlare alle compagne con rispetto. La piccola, che ha sei anni, va matta per l'attaccante che segna i gol con un'esultanza buffa, tutta saltelli e abbracci. Sono piccole abitudini che stanno diventando un modo di pensare.
Queste ragazze sono diventate, senza volerlo, un punto di riferimento. Sono operaie, studentesse, commesse, insegnanti: donne normali che la domenica indossano scarpini e parastinchi e vanno a correre sotto la pioggia. Le nostre bambine le guardano e capiscono che il corpo delle donne serve anche per vincere una partita, per prendere a pugni la sfortuna, per prendersi uno spazio in un mondo ancora troppo sbilanciato verso gli uomini.
Una cosa che mi colpisce è come il linguaggio cambi sugli spalti quando si tratta di calcio femminile. Non si sente mai una battuta volgare, i cori sono puliti, e anche i tifosi più accesi parlano di gioco e di tattica, mai del fisico delle atlete. È un tifo che insegna qualcosa, e credo che questo valga più di mille discorsi sui modelli positivi. Le nostre figlie stanno crescendo con l'idea che scendere in campo sia una cosa naturale per una donna, e non un'eccezione da sottolineare.
Lo stadio come piazza del paese
Una delle cose belle del tifare una squadra locale è che lo stadio diventa una piazza. Ci conosciamo tutti, o quasi. C'è la signora che porta i thermos di tè caldo, il papà che commenta ogni gol al telefono con il figlio che non è potuto venire, la nonna che racconta di quando giocava sua figlia trent'anni fa in una formazione che nessuno ricordava più. Il piccolo impianto delle partite di campionato è un villaggio temporaneo che si smonta e si rimonta ogni sette giorni.
Questa dimensione di comunità si è allargata anche fuori dallo stadio. La nostra bambina più grande, durante la settimana, saluta a scuola le compagne delle calciatrici, e le mamme di queste ultime ci offrono pezzi di torta dopo gli allenamenti. Abbiamo conosciuto artigiani, negozianti, infermiere, tutti accumunati dalla passione per la maglia. È una rete silenziosa che tiene insieme il paese, e che nei giorni di pioggia o di freddo si infittisce ancora di più, perché chi resta è chi tiene davvero.
Mi piace pensare che questa rete sia una forma di resistenza gentile. In un'epoca in cui tutto sembra succedere altrove, online, lontano dai nostri occhi, il fatto di ritrovarsi ogni domenica sotto una tribuna di legno è un modo per ricordarsi che il territorio esiste ancora, e che la sua parte più viva è fatta di persone che si danno del tu sui gradoni e si scambiano il posto per l'ombrello quando arriva il temporale.
Ricette e racconti dopo il fischio finale
Il bello della nostra domenica è che non finisce mai davvero. Dopo la partita, a casa, si cucina. Negli anni abbiamo inventato un piccolo menu di famiglia che cambia in base al risultato: se vinciamo prepariamo le tagliatelle al ragù bianco, se perdiamo ci consoliamo con una pasta al forno, se pareggiamo via libera alla pizza fatta in casa. Sono tradizioni piccole, ma che ormai le bambine associano in modo automatico alla giornata di campionato.
Qualche volta, quando la partita è stata particolarmente bella, ci piace sperimentare piatti nuovi. L'altra domenica ho provato una versione vegetariana ispirata a una ricetta di lasagne letta su un sito svedese di cucina, e devo dire che le bimbe l'hanno divorata senza fare una piega, nemmeno la più piccola che di solito storce il naso davanti agli spinaci. È stato il nostro modo per festeggiare una vittoria inaspettata, e ora questa lasagna è entrata a far parte del menu della domenica.
Credo che tifare, cucinare e raccontare siano diventati un unico gesto, fatto di piccoli riti che si intrecciano. Le nostre figlie imparano che lo sport non è solo quello che si vede in televisione, ma è anche il pranzo dopo la partita, la nonna che racconta i suoi ricordi, la maglia appesa vicino alla porta di casa pronta per il prossimo fischio d'inizio. E noi, da grandi, impariamo da loro che ricominciare è sempre possibile, anche dopo una sconfitta, anche quando la pioggia sembra non voler smettere.
La prossima domenica, se abiti in un paese che ha una squadra femminile, fatti un giro al campo anche solo una volta. Porta i bambini, anche quelli che ancora non camminano, anche quelli che sembrano distratti. Lascia che il tifo ti cambi la giornata, perché è proprio cambiando i piccoli riti che cambiano le abitudini, e cambiando le abitudini cambiano le storie che racconteremo alle generazioni dopo di noi.